Sudan, un giorno troppo importante per non sbagliare


In queste ore nel martoriato Sudan si sta votando ad uno dei due referendum previsti dagli accordi di pace del 2005. L'esito di questo primo referendum, che vede oltre 4 milioni di elettori alle urne, darà la risposta alla separazione definitiva da Khartoum e dal suo presidente genocida Al-Bashir, dando vita ad un sud del Paese libero e indipendente.

L'altro referendum, che è stato rimandato a data da destinarsi, lasciando quindi in sospeso una questione assai importante per il futuro del Paese (il controllo e lo sfruttamento delle sue risorse energetiche), dovrà invece decidere se inglobare nel Nord o nel neo stato del Sud , la regione di  Abyei, un'area multietnica, ricchissima di petrolio

Tra gli osservatori giunti in Sudan ci sono l'attore George Clooney e l'ex presidente statunitense Jimmy Carter, entrambi molto attivi per la pace nel Paese.

Il referendum, voluto fortemente dalle Nazioni Unite, dovrebbe porre fine ad una storia di violenze e massacri lunga oltre mezzo secolo. Negli ultimi anni la guerra tra Nord, di origine musulmana e araba e il Sud, nero, cristiano e animista, ha causato due milioni di morti e altrettanti profughi. A Juba, nel sud del Sudan, l'atmosfera è apparentemente tranquilla ma  tutto potrebbe accadere d'improvviso e trasformare i canti tribali in festa in un istante potrebbero trasformarsi in urla di morte.

E' accaduto già ieri: alcuni civili sono stati uccisi da un commando di uomini armati ad
Abyei, regione ricca di petrolio che suscita appetiti internazionali e che ora, specie se il referendum andrà in un certo modo, rischia di trasformarsi in una polveriera.
 
Malgrado la Cina, che per il Sudan di Al-Bashir conta molto, ha recentemente abbandonato la sua opposizione alla secessione del Sud Sudan che si basava su un'ideologia di vecchia data,  contro i movimenti indipendentisti all'estero, per timore che incoraggiassero simpatie separatiste in casa, Pechino segue con attenzione l'esito del referendum.


Il Sudan, infatti, esporta il 60% del suo petrolio alla Cina, pari al 7% del suo consumo annuale. Pechino ha quindi tutto l'interesse a garantire che il referendum del Sud Sudan vada liscio come l'olio, in modo da non minacciare i suoi investimenti multi-miliardari in questo paese dell'Africa orientale, compreso il progetto che prevede una linea ferroviaria e un oleodotto che dalla città di Juba arriva alla cittadina di Lamu, in Kenya, sull'Oceano Indiano e che costerà complessivamente 50 miliardi di dollari.


Tuttavia, come si dice in un articolo su Libero di qualche giorno fa, comunque vada il referendum, la Cina ci guadagnerà. Se passa, come sembra prevedibile, il SI, Pechino è già in prima fila per papparsi le riserve del Sud Sudan che valgono un quarto di tutto il petrolio della nazione. E quando sarà terminato l'autostrada da Lamu a Juba ridurrà anche i costi di trasporto e approvviggionamento. Se invece dovesse prevalere il NO, i cinesi restano gli unici amici di Al-Bashir e del suo petrolio. 




/newshopper.sulekha.com/s



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